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Pietre, polvere e fango.


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Le pietre sono l'ostacolo più grande da affrontare: per farlo serve coraggio, forza, determinazione, ma anche imprevedibilità, fatica e impavidità. Imprevedibilità perchè l'avversario non deve conoscere le tue mosse, sii sorprendente, se si aspetta che attacchi all'inizio, fallo alla fine; ricordati: lui sa che attaccherai, ma non quando. Fatica perchè è l'unica sensazione che il tuo corpo percepirà, impara a convivere con essa; usala a tuo favore; sappi che logora l'avversario al tuo stesso modo. Impavidità perchè non devi mai temere, nulla e nessuno. Soltanto chi non ha paura di perdere, riesce a vincere. 

Polvere e fango sono gli elementi del tuo passato, i tuoi amici d'infanzia, ti hanno segnato così tanto che ormai vivono in te, ti hanno fatto dono delle più grandi virtù. Hanno allevato in te forza d'animo, caparbietà, resistenza. Ne hai mangiata tanta, di polvere e conosci bene la sensazione del fango che si attacca sulla pelle, sulla bici e non ti permette di pedalare, e così aumenta la fatica e proporzionalmente anche lo sforzo che impieghi per continuare a correre, ma tu lo fai. Ormai sai portare il tuo corpo all'estremo, anzi oltre l'estremo. L'anormalità è diventata la tua normalità. Stringi i denti, chiudi gli occhi, pedala, con qualsiasi condizione atmosferica, su qualsiasi terreno, contro qualsiasi avversario, ma con un solo, unico, arduo obbiettivo: la vittoria. Ora vai, vinci.

Con queste parole il mister mi incitò prima della gara.

Quel giorno tre di loro si giocarono la corsa, ma alla fine, come sempre, vinse solo uno: io.

 

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25 Marzo, 2013

Si trovava a vagare per le proprie strade, tra i ricordi d’infanzia, ma non ne sapeva il perché. In fondo, neanche lui conosceva il reale motivo che l’aveva spinto a tornare nella propria città natale, nella zona delle sue più belle vittorie, ma prima di tutto delle sue più belle pedalate. Fin da ragazzino amava correre spensierato per le strette stradine ciottolate, lui e la bici, tanto spensierato che, nella sua assenza di pensieri, riusciva a comunicare con il proprio vero io. Imparava, tra quelle strade, a conoscersi e allo stesso tempo ad amarle e affrontarle. Sebbene stesse intere ore su quella piccola bicicletta di seconda mano, il tempo per lui passava veloce, più veloce del vento, più veloce di lui stesso. Non sentiva fatica, provava solo gioia, gioia immensa nel vedere quei fantastici paesaggi:  campi e foreste che si intervallavano ai canali, dai mulini a vento, tipici del luogo, a quegli immensi campi di tulipani che, grazie ai loro colori, rallegravano l’intero paesaggio.  Una gioia effimera, ma per lui tanto intensa.  E pensare che avrebbe dato tutto, ora, per godere anche solo un po’, nuovamente, di quella gioia tanto spensierata.

 

Tornò bruscamente alla realtà, come quando ti svegli e capisci che era tutto un sogno e resti deluso.

 

 

 

ps. la story comincerà più in là... all'inizio c'è molta parte narrata

Edited by ranaetta
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pps. cercherò di raccontare le corse in un modo nuovo (almeno credo :lol:), con poche immagini e descrizioni lunghe incentrate molto anche sugli stati d'animo dei corridori. 

Cercherò di unire questo stile alle esigenze della story, quindi mettendo le sensazioni e creandoci proprio una storia, ogni gara un racconto a sè, poi capirete meglio quando le leggerete. Non racconterò, inoltre, ogni singola corsa perchè non le gioco tutte :lol: ma quelle più belle e significative. Magari delle altre farò resoconti o cose del genre

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25 Marzo, 2013, notte


 Era amareggiato e rattristato. Guardò a terra, c’erano sempre i ciottoli, ma il resto dello scenario e il suo stato d’animo erano completamente diversi. Una fredda sera,  nera come il nulla, e una strada in salita in un piccolo sobborgo non troppo lontano dalla cattedrale di San Bavone contrastavano i ricordi delle fresche e soleggiate giornate all’aria aperta. Libertà contro schiavitù, schiavitù di una vita che ormai non gli apparteneva, priva di obbiettivi e dei tanti sogni che l’avevano accompagnato da bambino, in parte realizzati e in parte no. Agli occhi estranei, compresi quelli dei tanti tifosi di ogni età in giro per il mondo, sembrava un uomo felice: aveva tutto, che motivo c’era da stare tristi? Eppure la sua era una crisi di identità, una di quelle dure. Erano due anni che non faceva granchè, il ciclismo era solo un lontano ricordo, anche in ammiraglia. Non sapeva più che fare, né perché avesse abbandonato quei sogni che da bambino lo hanno fatto crescere e diventare pro, ma soprattutto quella voglia di combattere che gli aveva permesso di vincere tanto.  Da piccolo si immaginava a quarant’anni un direttore sportivo famoso per le sue tattiche oltre che per le sue vittorie. Erano le undici passate, ormai per strada la gente era poca, vide in lontanana una fioca luce, pallida come la luna: era una piccola osteria. Vi entrò e ordinò una birra; mentre sorseggiava la bevanda, però, una particolare coppia attirò la sua attenzione. Parlavano olandese, ma si notava facilmente che non era la loro lingua madre. Quella coppia, tra le tante persone dell’osteria, colpì particolarmente l’uomo, poiché questi aveva sentito varie parole che lo interessavano, lo riguardavano da vicino. Delusione, vittoria, nuova sfida, Roubaix… tante parole scollegate, il nesso l’avrebbe dovuto trovare lui, ma la birra non aiutava affatto e dopo averne ordinata un’altra e avendola bevuta uscì per tornare a casa. Il giorno dopo quando si svegliò si ricordava poco o nulla, qualche parola e poco più; 


 


però quel volto, la faccia dell'uomo, senza saperne il motivo, gli era rimasta impressa, la ricordava perfettamente. Lui non sapeva che proprio quella faccia, meno di un anno dopo, gli avrebbe fatto tornare le emozioni che provava mentre correva tra i campi di tulipani da bambino.


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7 Aprile 2013

Seduto sul suo vecchio divano tappezzato di stoffa verde, quel tipo di stoffa raggrinzita, che sembra sempre unta, guardava spassionatamente la televisione. Gli occhi erano fissi su quell'oggetto quadrato, ma la mente spaziava in tutt'altri orizzonti. Vedeva le immagini, ma non le osservava, non prestava alcuna attenzione come quando qualcuno parla e noi sentiamo, ma senza ascoltare, senza avere la minima idea di cosa si stia parlando.Tutto a un tratto sembrò, però, svegliarsi dal sonno; aveva per l'ennesima volta cambiato il canale. Era una corsa ciclistica, pensò che era una cosa normale in quel periodo dell'anno, ma poco dopo i ciclisti entrarono in una foresta, nera, paurosa e attraente allo stesso modo; lui subito la riconobbe: era la foresta di Arenberg. Vedere quelle immagini, vedere i ciclisti pedalare su un terreno dove lui non solo ha corso come loro, ma ha anche vinto, gli faceva un certo effetto. Quella strana sensazione si impadronì di lui e così gli tornarono alla mente tutti i ricordi delle corse, del pavè e soprattutto delle vittorie. Ora risentiva la fatica di quella maledetta Roubaix del 2003. Le sue gambe, al sol ricordo, si erano di nuovo appesantite, sembrava rivivere lo sprint, vinto, contro Ekimov e Pieri, addirittura era come se gli altri due fossero lì con lui. Era a braccia alzate, trionfante e felice, ma allo stesso tempo affaticato, anzi distrutto, ansimava e piangeva, però era vivo, di nuovo vivo. Era riuscito dopo tanto tempo, nuovamente, a essere contento, a provare gioia. Entrando nel ricordo aveva gioito di nuovo di quella stupenda vittoria, però, come del resto accade sempre con i sogni, dovette svegliarsi. A destarlo, questa volta, non fu nè la sveglia, nè alcun rumore; fu, invece, una voce, quella di Cassani. "Cancellara prova a fare la selezione, tutti si staccano ma due gli restano attaccati alla ruota: Vanmarcke e Stybar". Per la precisione quell'ultimo nome risuonò così tante volte nella testa di Peter che egli stesso si chiese il perchè. Aprì gli occhi e guardò, questa volta con attenzione, la televisione. Era inquadrato lo svizzero e dietro di lui c'erano questi due corridori, sofferenti nel volto. La loro espressione lo fece quasi commuovere, quante volte aveva provato quelle sensazioni, quante volte si era detto anche lui di resistere e andare avanti. I due atleti stavano compiendo uno sforzo immane a restare dietro la locomotiva di Berna, ma ci stavano riuscendo. All'improvviso inquadrarono il ceco, Zdenek Stybar, la sorpresa della Roubaix, un ciclocrossista che si trovava a combattere per il podio o, forse, anche per la vittoria. Tutto gli tornò in mente, l'osteria, la conversazione, i due: era propio lui, l'uomo che parlava olandese visto qualche tempo prima a Gand era Zdenek Stybar. Continuò a vedere la gara, Stybar fu sfortunato, spense la televisione amareggiato. In lui, però, c'era qualcosa di diverso. Trovava queste situazioni segni del destino, voleva andare a trovare quel corridore che era stato tanto sfortunato in questa Roubaix. Pensava, Peter, che erano accomunati da qualcosa, non sapeva ancora cosa, ma trovava il necessario bisogno di parlargli.

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