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Disponibile Pro Cycling Manager 2021

Pro Cycling Manager 2021 e Tour de France 2021sono finalmente disponibili
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La nostra RECENSIONE di Pro Cycling Manager 2020

Leggi e guarda la nostra recensione di Pro Cycling Manager 2020, a cura di BubbaDJ
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La brezza del Nord...


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1: LA GARA DECISIVA

TOUR DE L’AVENIR 2008 – TAPPA 19

“La cosa più bella del ciclismo è quando togli tutti dalla tua ruota” MARCO PANTANI

“Il Tour de l’Avenir, il Tour de France per under 23, corsa che può proiettarti tra i pro in nemmeno un mese, che può farti ammirare, che può screditarti, siamo alla 19esima tappa, quella che decreterà molto probabilmente il vincitore, visto che i big sono tutti lì, al massimo con un minuto di ritardo, e oggi c’è la supertappa alpina che precede le ultime due frazioni, praticamente delle passerelle per velocisti, oggi si capirà chi è il più forte”.

Così tuonava la voce del telecronista, forte e sicura, ma Andreas a malapena la sentiva; era troppo concentrato, quella odierna doveva essere la sua giornata. Andreas Adler era uno scalatore davvero forte, probabilmente IL più forte, e anche se a crono perdeva qualcosa, adesso doveva recuperare solo 35” dalla Maglia Gialla, Simone Ponzi, un vallonaro fortissimo, certo, ma che nelle salite vere perdeva sempre qualcosa.

La tappa filò via liscia, solita fuga ripresa a 30 km dal traguardo, proprio dove la strada iniziava a salire, e i big, da Caruso a Bakelants, da Ponzi a lui, Adler, si prepararono. Ad accendere le micce fu il campione del mondo under 23, il colombiano Duarte, seguito immediatamente da altri 10 corridori, tra loro c’era anche l’Aquila svizzera, Andreas. Ma lui non era stanco e quindi non si fermò con gli altri, ma proseguì, con tre pedalate aveva già guadagnato 30 m e quando scollinò in solitaria, dalla radiolina una voce che ben conosceva, quella del DS della sua squadra, gli comunicò che aveva 30” di vantaggio su Ponzi.

Ma fu in discesa che l’Aquila compì il vero miracolo; scese a tutta, alla Savoldelli, guadagnando prima 1’, poi 1’30”, poi 2’, e a quel punto, passando sotto lo striscione dei 10 al traguardo, comprese che ormai aveva vinto, il Tour de l’Avenir era suo. Decise che quella vittoria l’avrebbe dedicata a suo nonno, morto d’infarto tanti anni prima; anche lui era stato un ciclista, lui gli aveva fatto conoscere questo sport meraviglioso. E dopo la vittoria un contratto era già pronto, una squadra Pro Tour lo aveva contattato, e lui aveva firmato nero su bianco, cosa poteva andare storto?

Adler lo scoprì fin troppo presto, già alla curva successiva; perso nei suoi pensieri, Andreas la vide solo all’ultimo secondo, e ormai era troppo tardi. Sbattè in pieno contro il guard-rail, e volò per oltre 10 metri prima di atterrare a terra; l’ultima cosa che vide, due minuti dopo, fu Simone Ponzi, la Maglia Gialla, che si era lanciato in discesa per provare ad andarlo a riprendere. Poi tutto divenne nero…

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2: LA FINE DELL’INIZIO

GERMANIA – REGIO RUNDFAHRT, TAPPA 5

“Per vincere non ho bisogno del doping, ma delle salite” MARCO PANTANI

Erano le ore 3.00 spaccate quando Federico si svegliò, sudato ed ansimante. Era molto agitato. Quel giorno si sarebbe corsa la quinta tappa della Regio Rundfahrt, e aveva fatto un incubo stranissimo: i ciclisti della TopSport Vlaanderen stavano gareggiando in quella frazione, a dire la verità stavano tirando il gruppo per andare a riprendere i fuggitivi, quando all’improvviso si era aperto uno squarcio nel terreno e tutta la squadra, compresa l’ammiraglia con lui e Alex dentro, ci era caduta dentro, e continuava ad andare verso il basso; e Federico sentiva tutto farsi buio e freddo, e capiva che la cosa a cui più teneva gli sarebbe presto stata strappata…

Fu in quel momento che un trillo sommesso lo svegliò. Inizialmente pensava fosse stata la sveglia, ma poi, guardando l’orologio, vide che ore erano realmente. In quell’istante si ricordò che la sera precedente aveva dimenticato di spegnere il cellulare, e infatti era quello che l’aveva svegliato.

Federico lo prese in mano e tentò di rispondere ma avevano già riattaccato. Non poté fare a meno che maledire lo stupido che lo aveva chiamato e si sdraiò nuovamente nel letto per tentare di riaddormentarsi, ma il cellulare tornò a squillare. Questa volta riuscì a rispondere in tempo e trovò ad attenderlo una voce familiare.

« Salve, signor MagliaRossa ». Federico voleva rispondergli per le rime perché era certo che fosse stato quell’uomo a svegliarlo, ma la notizia che questi conosceva il suo cognome lo colpì come un macigno.

« Non mi riconosce? Ma sono io, Kayamata ». Solo in quel momento capì dove aveva già sentito quella voce calma e strascicata.

« Oh, è lei presidente, non l’avevo riconosciuta, buon giorno… ehm cioè buona notte… beh fa un po’ lo stesso, no? »

« Andiamo al sodo! » Quelle tre parole gli attanagliarono la gola, anche se non sapeva perché.

« L’ho chiamata per dirle che purtroppo visto il grande tracollo delle borse europee il nostro maggiore sponsor ha perso molto denaro e la nostra squadra dovrà tagliare di molto i costi… dunque dovremo licenziare qualche massaggiatore, un medico, forse un osservatore, i nuovi ciclisti appena acquistati e… capirà che 2 DS diventano troppi, quindi ne dobbiamo licenziare uno… e quello è lei, signor MagliaRossa ». Quella notizia colpì Federico peggio che una mazzata.

« C-come? È tutto uno scherzo, vero? »

« Io non scherzo mai. Buona giornata, signor MagliaRossa »

Per un glorioso secondo Federico pensò che era solo la parte finale dell’incubo, e attese di svegliarsi, ma ciò non successe.

Era stato privato della cosa a cui teneva di più. In silenzio inizio a fare le valigie, tra un pensiero e l’altro, tra una lacrima e l’altra. Erano le 3.30 precise quando fu pronto per uscire. Si diresse verso la porta della camera e, lanciando un’ultima occhiata ad Alex, sapendo che forse quella era una delle ultime volte che lo vedeva, che dormiva ancora tranquillamente nel letto dirimpetto al suo, uscì…

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3: NERO E BIANCO

“Prima di lasciare il mondo una vecchia vita deve sempre combattere con una nuova” JACK LONDON

Andreas si trovava in un lungo e largo corridoio, o almeno così sembrava perché era completamente diritto, ma era praticamente impossibile esserne sicuri perché non si vedeva niente, era come se tutto fosse stato avvolto da un manto nero e, anche se non sapeva come faceva a saperlo, capiva che non poteva tornare indietro, ma solo andare avanti. E poi dal nulla comparve un corpo; era muscoloso e alto, anche se un po’indebolito e ingobbito dalla vecchiaia. Ma ciò che colpì Andreas fu il suo viso, pieno di calore e allegria e stiracchiato in un sorrisetto furbo; l’aveva già vista quell’espressione, ma non poteva essere, era impossibile, non ci poteva credere, ma davanti a sé stava suo nonno.

« Nonno? » chiese timidamente l’Aquila; non voleva darlo a vedere, ma era terrorizzato.

« Nipotino mio » rispose il vecchio « lo sapevo che prima o poi saresti venuto a trovarmi, anche perché, insomma, era ovvio! ».

Adler non sapeva che cosa dire, se essere felice o meno, ma ciò che avvenne lo esentò dal rispondere a questa domanda che si era appena posto: tutto ad un tratto il corridoio nero e suo nonno, il sorriso ancora stampato sul volto, cominciarono a girare vorticosamente e dappertutto comparvero una moltitudine di colori a forma di girandola…

Andreas aprì gli occhi. Non si trovava più nel corridoio con suo nonno, ora dal nero si era passato al bianco, tutto intorno a lui era di quel colore, ma in mezzo a tutto quel bianco ci sarebbe stato qualcuno?

Poi l’Aquila iniziò a vedere distintamente e mettendo bene a fuoco riuscì a vedere che era in una stanza, una singola stanza. Il suo corpo gli inviò molte informazioni; la prima che carpì distintamente fu quella che si trovava in posizione sdraiata e che il suo corpo era ricoperto da un qualcosa di caldo e leggero, probabilmente una coperta. Poi vide che non era solo in quella stanza, ma c’era anche un’altra persona vestita, tanto per cambiare, di bianco. Quando questa si accorse che lui era sveglio gli si avvicinò e disse, con una voce certamente maschile, un po’burbera:

« Ci siamo svegliati, eh? »

« Sono morto? » fu l’unica cosa che Adler riuscì a chiedere, pensando ancora a suo nonno. L’uomo scoppiò in una risata cavernicola.

« Morto? No, anche se un po’di male te lo sei fatto, e avresti rischiato anche peggio se non fossi atterrato sulla gamba destra, ma diamine, lanciarsi così in discesa... »

« Come? » domandò stupidamente Andreas.

« Hai perso la memoria? »

« No, so di chiamarmi Andreas Adler e di essere un ciclista; però sono un po’confuso »

« Eh sì, è comprensibile »

« Cosa mi sono fatto? » chiese l’Aquila.

« Beh, non so se è il caso… »

« Per favore, mi dica che mi sono fatto »

Il medico prese un respiro profondo e poi disse: « Ti sei fratturato un femore »

« Come… » boccheggiò Andreas, anche se sapeva che dopo una caduta del genere era un miracolo che si fosse solo fatto quello.

« Ma non è molto, ti abbiamo già messo la protesi mentre eri svenuto e in uno, massimo due mesi sarai come nuovo e potrai tornare in bici »

Adler sospirò; due mesi senza salire sulla bicicletta erano un’eternità, ma visto che avrebbe dovuto comunque trascorrerli, volente o nolente, era meglio mettersi il cuore in pace ed iniziare ad attendere...

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4: UN ADDIO DIFFICILE

“L’odio è eterno, e l’amore effimero” LICIA TROISI, “CRONACHE DAL MONDO EMERSO III”

Negli anni a seguire, Federico non avrebbe ricordato nulla delle ore che passarono dalle 3.30 in poi.

Avrebbe dimenticato della sua camminata notturna per le strade tedesche, di tutte le macchine che gli passavano accanto, delle ragazze agli angoli delle strade, delle coppiette che camminavano mano nella mano sui marciapiedi. Pure quell’aria così deliziosamente calda e la Luna splendente, che facevano da opposto al suo umore, avrebbe scordato.

Camminava più o meno a caso: sapeva dove doveva andare, ma non si sentiva più le forze per concentrarsi e sbagliò strada una, e poi due, tre, quattro volte finché iniziò per qualche minuto addirittura a girare in tondo in una piazza del centro città, che si trovava tra l’altro nella direzione opposta rispetto al suo obiettivo. Era come se fosse stato un guscio vuoto; viveva, certo, perché si muoveva e respirava, ma era come se non esistesse, non provava alcuna emozione, non pensava, non era nulla.

Lo shock era stato terribile, ovviamente, ma a quanto pare l’aveva presa davvero male; non voleva più pensare a nulla, perché sapeva che gli sarebbero tornate alla mente tutte le sue vittorie, le sue sconfitte, le sue emozioni… ancora adesso, che stava iniziando a riflettere, ricordava la prima volta che un suo corridore, Eeckhout, aveva alzato le braccia al cielo… gli scherzi di Barbè e la sua vincita al Tro Bro Leon… l’amicizia con Dehaes e Vanspeybroeck… le fughe di Pieter… le volate di Kenny…

Qualche volta il mondo era proprio ingiusto; proprio ora, doveva togliergli quella possibilità di farsi valere, doveva svegliarlo da quel magnifico sogno che desiderava durasse per sempre :cry: :cry: :cry:

Tra pensieri, lacrime e strade sbagliate al chiaro di Luna per compiere un tragitto di 5 minuti ci impiegò 3 ore, ma alla fine arrivo. All’aeroporto. Entrò nella hall, che era vuota eccezion fatta per una signora alquanto grossa che dormiva placidamente, e controllò quand’era il primo volo per l’Italia, che risultò partire alle 8.00. Così si sedette sulla panchina, con la testa tra le mani.

Poteva dormire, ma non ne aveva voglia; poteva prendersi qualcosa da mangiare nella macchinetta nell’angolo, ma non ne aveva voglia; poteva fare una passeggiata, ma non ne aveva voglia. Aveva perso il desiderio di vivere. Se solo ci fosse stata una pistola, forse si sarebbe sparato.

E poi, su un tavolo probabilmente appartenente a uno del personale aereo, vide un coltello da cucina. Forse quello lo aveva usato per tagliare il formaggio o un panino, ma lui ne avrebbe fatto un uso migliore. La posata scintillava, invitante, davanti ai suoi occhi. “Perché no?” pensò Federico, e la avvicinò al polso con mano tremante.

Perché tremava? Se ne era sicuro, doveva farlo; il mondo non aveva più attrattive per lui. E in quell’ istante squillò il cellulare. Per un glorioso secondo lui pensò che magari poteva essere Kayamata che lo riassumeva, e sollevò il ricevitore, agitato… ma a rispondergli non fu il patron della TopSport.

« Fede, dove sei? Sono passate le sette e quando mi sono svegliato non c’eri più… »

« Alex??? »

« Sì sono io, ma tu dove ti trovi? »

« All’aeroporto »

« Perché sei lì? Hai iscritto la nostra squadra ad un’altra corsa in un altro paese? »

« No… »

« Devi far firmare un nuovo corridore? »

« No, KAYAMATA MI HA LICENZIATO E TORNO IN ITALIA!!!!! »

« Ah Ah Ah, come sei spiritoso, allora che devi fare? »

« Ma te l’ ho detto che… Kayamata mi ha licenziato!! ».

Alex dovette aver sentito la sua voce rotta dal pianto, perché per alcuni, interminabili attimi non rispose.

« Ma… come? »

« Lo sponsor ha perso molti soldi e il presidente ha dovuto licenziare me, un medico, qualche massaggiatore, forse un osservatore e i 4 nuovi acquisti… »

« Beh… se proprio non posso fare niente… »

« No, Alex, non puoi fare niente »

« Certo che è ingiusto… »

« Cosa? »

« Beh, tu hai vinto più gare di me quest’anno, sei più bravo come DS… »

« … e più pagato! »

Ancora una volta, Alex tacque.

« Bene… allora… ci vedremo sulle strade l’anno prossimo »

« Come? »

« Oh non fare il modesto, sei un ottimo DS e vedrai che qualche altra squadra ti vorrà e… ci rivedremo »

« Beh, non so se… »

« Io ne sono certo, Fede, io mi fido di te! Beh, allora… ci rincontreremo » e mise giù.

Federico guardò il coltello che teneva ancora in mano, e capì quanto era stato stupido; nella vita c’era ancora qualcosa per cui continuare, nel mondo c’era ancora qualcuno che credeva in lui…

… e lui avrebbe fatto di tutto perché quella fiducia fosse ben ripagata. Era una promessa :!:

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5: LA DELUSIONE PIÚ GRANDE

“È meglio morire per qualcosa che vivere per niente” GENERALE GEORGE S. PATTON

Andreas fu dimesso dall'ospedale una settimana dopo rispetto al giorno in cui gli misero la protesi, e ormai era agosto, dunque anche se in due mesi o forse meno sarebbe potuto tornare in bici, quando avrebbe potuto farlo sarebbe stato ottobre e la stagione ciclistica sarebbe già quasi finita, quindi prese una decisione irreversibile; doveva cercarsi un lavoro momentaneo.

Inizialmente Adler pensava che non sarebbe stato molto difficile, ma si sbagliava: pensava che, essendo lui un ciclista, a un qualche giornale avrebbero potuto prenderlo come giornalista sportivo, così si presentò a un colloquio di lavoro con il direttore della Gazzetta dello Sport, ma non avendo Andreas frequentato l'Università per dedicarsi alla bicicletta, fu quasi cacciato fuori a pedate. In quel momento la realtà lo schiacciò come un macigno, e solo allora capì che, non avendo studiato molto, sarebbe stato costretto a dedicarsi a lavori più umili.

Fu dunque assunto in una miniera di carbone in sotterraneo: negli anni a seguire, l'Aquila avrebbe ricordato quel periodo come il più brutto della sua vita. Lavorava almeno 10 ore al giorno, in condizioni igieniche e lavorative davvero pessime; il suo capo era arrogante e presuntuoso e i suoi compagni molto taciturni: non che avesse voglia di parlare, anche perchè la bocca là sotto serviva soprattutto per respirare la scarsa e impura aria che arrivava dal ventilatore.

E poi, era come se l'ombra della morte si stendesse fino alle loro più remote paure, anche perchè era un rischio non trascurabile: poteva accadere un crollo, poteva ostruirsi il pozzo di ventilazione, poteva un'esplosione sbagliata rovinarti l'udito e c'era il rischio di ammalarsi di polmonite, tumore polmonare, silicosi o saturnismo. Così, quando dopo una durissima giornata Andreas tornava a casa e si stendeva sul suo letto, non poteva fare a meno di pensare "Per oggi, ce l'ho fatta". L'unica cosa che poteva tirarlo su era il contratto Pro Tour che lo attendeva, fino a che...

... era stata un'ennesima giornata terribile in miniera, e tornando a casa si gettò direttamente sul letto senza nemmeno mangiare. Era così stanco che non riusciva più a tenere gli occhi aperti...

... il telefono di casa lo svegliò di soprassalto. Adler guardò l'orologio, aveva dormito solo pochi minuti. Tirò su il ricevitore e gli giunse una voce nasale.

« Buonasera, c’è il signor Adler? »

« Sono io »

« Salve, giovanotto, sono il Team Manager della Milram, la squadra che l’ha contattata circa un mese fa »

« Oh, è lei signor presidente, buonasera »

« Beh, l’ho chiamata per chiederle una cosa… »

« Mi dica »

« Lei metterebbe sotto contratto un corridore con la protesi? »

« Non capisco, che vuole dire? »

« Insomma, che purtroppo, causa delle condizioni impossibili da gestire nella mia posizione, sono costretto a rescinderle il contratto »

« …. »

« C’è ancora signor Adler? »

« Ma… perché? »

« Beh, insomma, la nostra squadra ha un reputazione da difendere e mettere sotto contratto un corridore senza una gamba… »

« Ma tra due mesi tornerò quello di prima… »

« Buonanotte, giovanotto »

Andreas non poteva crederci, non ci riusciva proprio. Per un attimo sprofondò in una piccola crisi, ma era troppo stanco…

Quando si svegliò, la mattina dopo, andando al lavoro pensò che, comunque, se il Team Milram l’aveva cercato, magari altre squadre si sarebbero fatte avanti, nei giorni a seguire. Ma nessuno lo chiamo quella sera, né quella dopo, né quella dopo ancora, e così andò avanti per due settimane.

Proprio la sera dell’11 agosto, l’ultima delle Esperidi, mentre nella redazione del “Trentino” Federico MagliaRossa festeggiava il suo compleanno, Andreas stava riflettendo; si era per molto illuso che un altro team lo avrebbe cercato, ma nessuno si era ancora fatto avanti: e se nessuno si sarebbe mai proposto? Che avrebbe fatto? Di certo non avrebbe continuato a lavorare in miniera, ma dove sarebbe andato, che cosa avrebbe fatto? Il ciclismo non lo voleva davvero più, quello non era ora il suo mondo? No, non era possibile, ma come avrebbe potuto tornare nella Sua Terra?

Vide una stella cadente, ed espresse un desiderio. Chissà se si fosse avverato...

Così pensava, quando il telefono squillò…

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6: IL REGALO DI COMPLEANNO

“Il dado è tratto” GIULIO CESARE

Dopo quella sciagurata notte nella quale aveva dovuto dire addio alla TopSport Vlaanderen, Federico aveva ripreso a pieno ritmo la sua attività di giornalista sportivo. Sapeva, dopo quel che gli aveva detto Alex, che probabilmente sarebbe tornato nel ciclismo molto presto, se lo sentiva dentro di sé, ma visto che il momento non era ancora maturo, aveva ripreso quella professione, il lavoro che, se non avesse potuto diventare un DS, sarebbe stato il suo privilegiato.

E poi, impegnarsi molto in quella professione lo faceva sentire fiero, perché significava che aveva ancora un ruolo importante nel mondo e che, nel peggiore dei casi, ce l’avrebbe sempre avuto.

La mattina dell’11 agosto si svegliò decisamente allegro anche se erano appena le 2.00 e si diresse alla postazione del “Trentino” davvero contento, probabilmente perché in quel giorno compiva 21 anni! Quando arrivò in redazione non si aspettava niente, anzi credeva che molti suoi colleghi ignorassero che fosse il suo compleanno, ma evidentemente si sbagliava; infatti appena entrò nel suo ufficio i suoi amici saltarono fuori da dietro la porta ( per poco non gli venne un infarto ) gridando a squarciagola « SORPRESA!!! ».

Federico fu molto felice di vedere tra loro pure il caporedattore, un tipo molto severo ma giusto e pure simpatico a modo suo. MagliaRossa era davvero emozionato; non gli importava se i suoi colleghi gli avessero fatto quella festa perché magari era sembrato triste dopo il licenziamento, oppure se era perché gli volevano davvero bene: contava che gliel’avessero fatta e basta.

In quel momento comprese pienamente quanto era stato stupido, anzi emo :mrgreen: :mrgreen: , quella sera che aveva deciso di farla finita; aveva tanti amici, un lavoro stupendo che lo lasciva a contatto con il ciclismo, una vita che contava di essere vissuta!

Quella fu una delle giornate più felici della sua esistenza: Federico non avrebbe saputo dire quale fosse stato il momento più divertente, se quando avevano portato i pasticcini, o quando gli avevano cantato insieme « Tanti Auguri… », oppure quando aveva detto che doveva scrivere almeno un pezzo e loro gli avevano risposto « Il giorno del tuo compleanno? Ma sei diventato matto??? ».

Tuttavia, il momento più bello della giornata doveva ancora arrivare. Quando tornò a casa, MagliaRossa era supercontento, e pensava che niente avrebbe potuto migliorargli ancora quella giornata. Si sbagliava. Nella cassetta delle lettere stava una missiva dall’aria molto importante. Federico la prese e la portò nel suo appartamento, con l’intenzione di leggerla forse l’indomani, ma uno stemma che stava sulla carta gli fece cambiare idea, quando lo notò. Iniziò a scartarla febbrilmente, con le mani che gli tremavano per l’emozione. La lettera recitava così:

Martedì 10 agosto 2008

Egregio Signor MagliaRossa,

le scrivo questa missiva per informarla che purtroppo la mia squadra ciclistica ha perso il Direttore Sportivo e, visti i suoi ottimi risultati con la TopSport Vlaanderen, ho preso in considerazione l’idea di sostituirlo con Lei, sempre che Lei sia d’accordo. In questo caso potrà incontrarmi giovedì 12 agosto a Torbole sul Garda, in via Mazzini 53. Naturalmente ho già provveduto a procurarLe il vice DS, nel caso in cui Lei decida di guidare la nostra squadra. Porgendole i miei più rispettosi saluti

…………….

Federico non poteva crederci, eppure era tutto vero, la lettera davanti a lui lo provava inconfutabilmente. La promessa che aveva fatto ad Alex sarebbe stata mantenuta.Era il più bel regalo di compleanno che nessuno gli avesse mai fatto. E inoltre, grazie alla firma del presidente e allo stemma sulla missiva, aveva capito quale era il team che avrebbe guidato. Era un’ottima squadra, un team che gli era sempre piaciuto. Era la …….

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7: LA SVOLTA

“Il secondo è solo il primo dei perdenti” ELKICE

Andreas alzò il ricevitore eccitato: probabilmente a rispondergli sarebbe stato un suo familiare che lo aveva chiamato per vedere come stava, ma dentro di lui non era ancora completamente morta la speranza che qualche squadra ciclistica lo contattasse. E quella fu la volta buona:

« Buonasera, c’è il sig. Adler »

« Sono io ( abito da solo, chi altro potrebbe rispondere al telefono? ) »

« Oh, salve, credo di poterle portare una buona notizia »

La voce che gli stava parlando era squillante e gioviale e, quando disse la parola “buona notizia”, il cuore di Andreas iniziò a battere ai 100 all’ora. Almeno, se non veniva chiamato da una squadra ciclistica, poteva sempre aver vinto la Lotteria Nazionale ( anche se non ricordava di aver giocato una schedina :dubbio: )

« Quale??? » domandò l’Aquila, più eccitato che mai.

« Beh, innanzitutto mi presento, sono il portacolori di una fortissima squadra ciclistica internazionale… ». Il cuore di Adler fece i balzi di gioia.

« … e, bando alle ciance, vorrei proporle il ruolo di vice DS nel nostro team »

Il sorriso di trionfo che Andreas portava sulla faccia si congelò leggermente.

« Ma… io… veramente sarei un ciclista »

« Appunto, chi può conoscere meglio il ciclismo di un ciclista, ho pensato! »

« Sì però io cercherei un ruolo da corridore »

« Uhm… le cose si complicano, eh? Niente paura, risolviamola così: le do tempo fino a domani per pensarci e se sarà d’accordo potrà trovarmi a Torbole sul Garda, in provincia di Trento, in via Mazzini 53, altrimenti… nisba, e ci cercheremo un altro vice DS »

« Ehm… d’accordo, allora »

« Bene, allora ci incontreremo eventualmente domani per la firma del contratto e… »

« Un momento »

« Che c’è? »

« La squadra… quale sarebbe? »

« Crede che le rovinerei così la sorpresa? Certo che no, anche perché con i tempi che corrono e le intercettazioni telefoniche… bene, quindi ci vedremo forse domani, arrivederci!!! »

« Aspetti… » provò a dire Adler, ma quel tipo bizzarro ( o almeno, così sembrava da come parlava ) aveva già messo giù.

Andreas andò sul balcone. La stanchezza di qualche minuto fa era ormai tempo passato. Si sentiva sveglio come non mai. L’aria fresca della sera servì a svegliarlo completamente e a fargli convenire che quella telefonata non era stata solo un sogno. Ma che cosa avrebbe dovuto fare, ora? Certo, quella era un’occasione grandiosa per lasciarsi alle spalle l’oscuro periodo della miniera, ma era ciò che cercava, un posto da DS? Non era lui un ciclista?

Adler, l’Aquila, guardò verso lo splendido cielo stellato. Forse lassù stava suo nonno, che lo guardava, che lo spingeva ad andare avanti. Ma che cosa significava esattamente andare avanti? Che cosa avrebbe fatto lui al suo posto? Avrebbe accettato quel posto, o avrebbe atteso una nuova chiamata, rischiando che questa non arrivasse mai?

Andreas si rilassò. Lo sapeva cosa avrebbe fatto suo nonno. E sapeva anche quel che avrebbe fatto lui.

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8: LA NUOVA AVVENTURA

“Sarebbe una festa per tutta la Terra

fare la pace prima della guerra” GIANNI RODARI “L’ARCOBALENO”

Alle ore 10.00 di mattina Federico partiva dalla stazione intermodale di Trento con il treno per Riva del Garda, da dove avrebbe preso un pullman per raggiungere Torbole. Il viaggio non sarebbe stato molto lungo, 2 ore al massimo, ma doveva incontrarsi con il presidente della nuova squadra alle 14.30 e non voleva assolutamente arrivare in ritardo. Nelle ore prima dell’incontro sarebbe andato a un ristorante per mangiare, avrebbe fatto una passeggiata intorno al lago e poi si sarebbe diretto in via Mazzini 53.

Un’ora prima dall’aeroporto di Berna s’imbarcava sul Boeing 163 Andreas Adler. Quella notte dall’emozione aveva dormito solo poche ore, ma quando si era svegliato, alle 5.30 di notte, si era sentito riposato e rilassato, forse perché le cose iniziavano finalmente ad andare nel verso giusto. E i due partivano, con strade diverse e mezzi diversi, ma con lo stesso itinerario, le stesse speranze e gli stessi sogni. Nessuno dei due immaginava che, nel giro di 4 ore, si sarebbero incontrati.

Quando arrivò all’aeroporto di Verona, Adler partì con un treno in direzione Torbole. Mentre mangiava nel suo scompartimento, guardò nervosamente l’orologio. Erano ancora le 13.00 e la ragione gli diceva che sarebbe senz’altro arrivato in tempo, ma da quel momento ogni istante che trascorreva fu come una pugnalata per lui; non poteva fare a meno che pensare “E se il treno andasse in avaria? E se deragliasse? E se finisse la benzina? “

Soprattutto, Andreas era roso da una curiosità immane di sapere quale team sarebbe stato affidato a lui e al primo DS. Non vedeva l’ora di scoprirlo.

Fortunatamente il treno non andò in avaria, non deragliò e non finì la benzina, cosicché Adler arrivò in perfetto orario a Torbole. Guardando continuamente l’orologio, Andreas non vide praticamente nulla della meravigliosità del palazzo in cui era atteso: era ricoperto di vetri a specchio, molto moderno e con un interno davvero fantastico e presumibilmente confortevole. L’Aquila ignorava anche che, mentre lui entrava nella Porta Sud dell’edificio, dalla Porta Nord entrava Federico MagliaRossa. I due arrivarono praticamente insieme all’ufficio del direttore; lì bussarono ma, siccome erano le 14.25, dentro non c’era ancora nessuno e così si sedettero su delle sedie nel corridoio e iniziarono a parlare fra di loro. Quando i due capirono di essere DS e vice DS della stessa squadra, innanzitutto si presentarono e poi si raccontarono delle loro vicende per arrivare fino a lì. Andreas credeva che nemmeno Federico sapesse quale squadra avrebbero diretto e non gli chiese niente, anche perché, quando finirono di raccontarsi le loro peripezie, nel corridoio entrò un uomo corpulento e dal viso gioviale. Vedendolo, Adler comprese quale squadra avrebbero diretto.

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