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Le peripezie di Du(ri)val


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Non poteva essere, eppure era l'unica idea che si era fatto sull'accaduto. Non poteva essere, eppure se fosse stato sarebbe tutto combaciato alla perfezione. Non poteva essere, ma di altri mandanti non gli veniva niente a mente. Ora ,a pensarci, l' unico debito ancora da saldare erano quelle 30 mila lire perse a Sette e mezzo ,e mai pagate al "Matusa", nel Capodanno 2000. Anche per ritrovarsi lì, giovane, sbarbatello e ancora leggermente macchiato di acne sotto le mascelle, ma anche, e soprattutto, bombardato da interrogativi enormi e da problemi ancora più grandi, lui, espulso dall' università, ripudiato anche dai suoi genitori, ridotto a spazzare il pavimento di una discoteca di periferia, poteva salvarsi, poteva divertirsi solo lì, in quelle occasioni, mangiando carne in scatola e bevendo vino del tetra-pack, cantando canzoni goliardiche di fronte ad un fuoco smorto, in una baita quasi decadente, semi-immersa dalla neve, ma in compagnia, con ciò che di più caro ormai aveva. Ora invece no, ora era solo, isolato e neppure libero di muoversi, neppure per colpa sua, o meglio, non qualche errore commesso da lui, ma la colpa ce l'aveva: la colpa di trovarsi al centro di un complotto tremendo, cioè no: non poteva essere. E allora com'era? Si erano sbagliati? E perché, se avevano agito in buona fede, gli avevano piazzato due sacche nel cofano? Volevano essere certi di incarcerare qualcuno quella sera? Ma che storie... La verità ormai gli luccicava imperversante davanti agli occhi, quasi da abbagliarli, ma non tanto da non permettergli di dormire. Almeno quello.

La mattina dopo fu aggressivamente svegliato dalla sirena riecheggiante, e di fronte gli si parò, enorme, statuario, l'uomo della notte precedente, in borghese stavolta, con in mano un piatto di frutta e un cornetto

"Vedi come ti tratto bene" e sogghignò

Glen non rispose, ma gli sfilò il piatto di mano e consumò avidamente il rancio, poi rialzò lo sguardo verso il poliziotto

"Tu, meglio di me, sai che in realtà sei in galera nonostante non abbia fatto un caz*o..."

Ma Glen perdurò nel suo silenzio, gli restituì solo il piatto, quindi rimbalzò sul letto, mani dietro la nuca, guardando il soffitto

"Ma tanto puoi uscirne, ovviamente se collaborerai..."

A questo punto il poliziotto attendeva una risposta da Quagmire, ma nulla. Glen non aprì le labbra neppure per respirare, guardava solo al soffitto, immobile

"Oh senti, non fare l'eroe, il buono, il giusto di sta minc*ia, sennò le tue prime rughe le vedrai allo specchio della cella!"

"Addirittura" sentenziò pacatamente, ma non per questo intimorito, Glen

"Che fai?Prendi per culo? Prende per culo il giovane...SENTITELO!SENTITELO!"

Stentoreo, l'urlo del poliziotto tuonò quasi più forte della sirena

"Sembra quasi che il carcerato sia tu..."

"No no, il carcerato sei tu. Sei tu che sei nella mer*a fino al collo. Io ora, se volessi, potrei girare i tacchi ed andarmene, io sono libero" rise ancora istericamente il poliziotto

"Non vedo niente che ti trattenga"

"E invece qualcosa c'è. C'è che tu puoi uscire da quel buco con poche, pochissime parole. Ti basta ammettere che la Festina si è ritirata dalle corse solo per colpa tua, perché tu hai somministrato sostanze illegali agli atleti e che Vittorio non c'entra niente. E la ricompensa potrebbe non essere solo la libertà, non so se mi spiego..."

"Ti spieghi benissimo invece. E spero di esser anch' io abbastanza chiaro nella mia risposta: no. Qualcuno che si occuperà di me ,prima o poi, sbucherà fuori e in quel caso un bel tuffo nella mer*a te lo fai tu"

"Ah-ah. Quindi secondo te ci sarà qualcuno che si occuperà di un detenuto nel Penitenziario di Firenze. Ma lo sai che, praticamente, qua ci siete solo voi detenuti? Ah-ah...pensaci Glen, pensaci."

Diede quindi le spalle a Quagmire e se ne andò. Dopo qualche minuto Glen cacciò via un urlo tremendo. Eppure, non gli arrivò nessuna risposta.

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Ho sbagliato a scivere...

Javier Carbayeda Echeberria :D

Lo so che ha tre nomi, ma uno l' ho tolto, non penso che uno si metta a recitare tutti suoi nomi quando dice chi è, cioè hop pensato che due bastassero

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La luce prendeva forma all’ orizzonte, i primi raggi di sole baciavano le verdi colline, la luna ormai non si vedeva più, era scomparsa, se n’era andata via allo stesso modo di Andrew, che aveva lasciato la sua terra, in silenzio, assalito dai dubbi e con un pizzico di malinconia.

Era ormai l’ alba, era ormai un nuovo giorno, quello della rinascita tanto attesa, ma forse anche quello della sconfitta, della caduta in basso, là in basso dove sei costretto a rimanere per sempre con i piedi per terra e a vedere il cielo lassù allontanarsi sempre più, man mano che la sfortuna ti accompagna.

Davanti a sé il mondo, una città piena di opportunità ed attrattive, una città piena di storia, una città che tutto, una città che niente, ma pur sempre una città.

Provava a sorvolare quella città, come un gabbiano sopra il mare, che guarda giù e cerca di cogliere la sua opportunità, la sua preda, ma non vi riusciva, non era ancora capace di volare in quel modo.

E poi finalmente l’ atterraggio, in cima a quel grattacielo, troppo alto per Andrew, troppo alto per il suo stato d’ animo sospeso lì in mezzo a metà a metà tra la gioia e il dolore, tra dubbi e certezze, tra amore e odio, tra vita e morte.

Fu portato un lettino su cui si sdraio l’ amico basco; Andrew gli diede una mano, gli fece un sorriso e lo accompagnò verso l’ ascensore per raggiungere la sala operatoria.

Una discesa tanto veloce quanto interminabile, attimi fuggenti che durano minuti, la paura di entrambi per il loro avvenire, che in Andrew c’era senza un motivo preciso, senza un perché, c’era e basta.

E poi… tutto di colpo si ferma, il mondo si ferma, una porta si apre e tu speri che davanti a te ci sia qualcosa si buono, qualcosa che ti toglie un peso dentro lo stomaco, qualcosa che cancella quel brutto presentimento che da tempo ti taglia il cuore con una facilità estrema quasi disarmante.

Invece….invece la vita è una delusione continua, costellata qua e là da alcuni momenti di felicità provvisoria che ti illudono, che accendono una piccola fiamma in te di speranza, di speranza in qualcosa di migliore che non arriva mai.

Tutto ciò pensava Andrew quando dei gendarmi non appena che lui uscì dall’ ascensore lo braccarono, lo portarono via, senza lasciare la possibilità ad Andrew di dire qualcosa al suo amico, di salutarlo, di stringergli la mano, di accennargli un sorriso, niente.

Non c’era niente di positivo in quel giorno, che si era aperto con così tante speranze ed illusioni per Andrew, solo la consapevolezza e la speranza di aver toccato il fondo e di poter trovare da qualche parte la forza di risalire lassù…

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Mamma mia che apprensione. :wink:

A parte il fatto che il gioco deve ancora arrivarmi, ma penso che domani o dopo domani il postino me lo consegni, ho avuto qualche intoppo di troppo in questi giorni e sono stato rpeso per avri motivi, cmq la storia non si è assolutamente arenata, anzi, deve quasi ancora incominciare.

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Da dieci ore non vedeva più un volto, non aveva più un contatto umano, non poteva apprezzare colori diversi dal grigio smorto e dal bianco delle pareti della cella. Poteva soltanto immergersi nel buio, con la testa fra le mani, fissando in basso, non lo sporco pavimento, perché quel buio, quel "casino" in cui si era infilato non sembrava aver soluzione. E l'unica, fino a poco fa inaccettabile, che gli si proponeva, guadagnava così sempre più consenso, anche perché lui da quella cella, da quell'incubo voleva uscirci, anche se la porta l'avesse immesso in un baratro. Decise lì, sul momento, che avrebbe parlato al poliziotto, avrebbe accettato le sue condizioni pur di uscire dal carcere, e poi ,anche se se ne fosse pentito, si sarebbe pentito da uomo libero anche se gabbato, invece che da baluardo incarcerato, fine a sé stesso, forse più gabbato che se avesse accettato le condizioni. Quando gli fu quindi portato il rancio serale, chiese al secondino di poter vedere nuovamente "quel tizio che si era presentato la mattina", e il giorno dopo fu accontentato. Quel poliziotto però, era davvero feccia. Delle peggiori. Si presentò alle sei e mezza del mattino, e sfondò le palpebre ancora chiuse di Glen con una torcia da minatore. Glen, instintivamente, si voltò dall'altro lato, ma ormai il suo sonno era crollato, demolito da una torcia. Si voltò, piombando pesantemente giù dal letto. Rotolò per un metro circa, quindi si sollevò e fissò l'uomo. Quel volto consumato, stropicciato intorno alle labbra e agli occhi, neri e cattivi, dalla vecchiaia, che ne aveva consumato anche i denti, scintillanti ora, nel suo tondo sorriso sadico. Odorava di vecchio, ma di vecchio cattivo, sadico, bastardo com'era lui. Se forse non avesse ghignato così forte, se non l'avesse abbagliato per il puro gusto di vederlo soffrire, se avesse almeno mimato un volto di circostanza, Glen avrebbe confessato, sicuro. Ma di fronte a quello lì no, mai avrebbe ceduto, avrebbe preferito soffrire lui invece che far felice quel bastardo, perire lui la fame invece che quel bastardo potesse gozzovigliare delle bustarelle di Cecchi Gori.

"Finalmente abbiam capito chi è il più forte..."

Finalmente abbiam capito chi è il più forte...spocchioso, chissà quali mire di rivincita puntava sulla confessione forzata di Glen, sta di fatto che quella rivincita non gliel' avrebbe mai concessa

"Esattamente..."

"E bravo il giovanotto. Sai com'è...la legge del più forte, quella che ti sto dando è una lezione di vita..."

Glen guardò sottomesso a terra, il poliziotto sferragliò le chiavi nella serratura e aprì le porte della cella a Glen. L'uomo condusse Quagmire per i corridoi principali, quindi gli intimò di sedersi e attendere in sala d'attesa. Ma Glen, sempre guardando fisso al pavimento, non obbedì ed avanzò venso il portone principale, lo spalancò ed uscì dal Penitenziario. L'assurdità della scena fu tale che l'uomo rimase impalato, a fissare la pazzia, la pura follia di Glen. Che però aveva sbagliato i conti. All'entrata stazionavano infatti due guardie, che non esitarono ad afferrarlo e a riportarlo dentro. Il poliziotto stavolta però non sghignazzò e non proferì parola, rimase immobile a scrutare quella fonte di tanti guai, che quasi preferiva la sofferenza propria piuttosto che la sua soddisfazione.

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Un auto correva per le vie della città, su di essa cinque persone, cinque uomini, cinque menti, cinque pensieri, cinque stai d’ animo ed un solo cuore, quello di Andrew.

I gendarmi che lo accompagnavano parevano infatti non averlo o forse il loro cuore era solo un muscolo, che lavora al servizio del cervello, nel quale sentimenti, gioie e dolori non potevano trovare spazio.

Il loro essere interiore rispecchiava il loro fare, anche loro, come i loro cuori, erano dei soldatini che lavoravano per qualcuno che stava lassù, per una mente che gli impartiva ordini, che gli diceva cosa fare, che li guidava passo per passo come se fossero dei personaggi virtuali di un gioco per pc.

Stava male Andrew, veramente male, in quella macchina, stretto nel sedile posteriore schiacciato in mezzo da due enormi omoni, che non perdevano l’ occasione per sbeffeggiarlo facendo battute su di lui, accusandolo di tutti i mali di questo modo, eppure lui, lui era solo un uomo baciato dalla sfortuna…

Andrew teneva la testa fra le mani, chinato leggermente in avanti, mille pensieri si agitavano nella sua testa, tutti negativi, tranne uno, che gli lasciava un barlume di speranza, che gli faceva vedere una piccola lucina in fondo a quell’ infinito tunnel.

In quel ricordo c’era sua mamma, gli raccontava la storia di un anziano cinese, che durante la minore età del giovane imperatore, governò il paese al suo posto. Quando poi il sovrano divenne maggiorenne, il vecchio gli restituì l’anello, segno del potere, e gli disse: "Su questo anello ho fatto incidere un’iscrizione che potrà esservi utile. Deve essere letta in tempi di pericolo, dubbio e sconfitta, ma anche in tempi di conquista, trionfo e gloria". L’iscrizione diceva: "Anche questo passerà".

E Andrew sperava che quel periodo nel quale i dubbi lo perseguitavano e le sconfitte morali erano all’ ordine del giorno, passasse, se ne andasse via e che arrivasse il tempo dei trionfi, della gloria, delle rivincite, in modo da placare quel qualcosa che lo faceva stare male.

D’ un tratto fu riportato alla vita normale, l’ auto si fermò e fu trascinato con la forza all’ interno di un penitenziario.

Gli venne detto che doveva essere interrogato, ma il magistrato non c’era; lo condussero per alcuni fatiscenti corridori, Andrew aveva di nuovo paura, faticava a camminare e le gambe parevano di piombo.

Non poteva, non poteva, non era giusto, non era giusto, lui in prigione non meritava di andare, non meritava di marcire lì, tra quelle squallide pareti, mangiando un pezzo di pane vecchio e un brodino che pareva più che altro dell’ acqua di stagno.

Ebbe un attimo di follia, cercò di scappare, ma fu subito riacchiappato dalle guardie, che senza complimenti lo presero e lo buttarono contro un muro, mettandogli le manette alle mani.

Ormai tutto era perduto, Andrew aveva perso la libertà, era stato ferito nell’ onore, nel profondo del cuore ed aveva paura, tanta paura che quell’ incubo non finisse più.

Aveva gli occhi lucidi, non voleva aprirli per non far notare le piccole lacrime, ma su quel muro dove le guardie lo avevano spinto, riuscì a leggere una scritta, scolpita sulla parete che diceva: “La paura ci fa perdere la nostra coscienza”, in quel momento scoppiò a piangere come un bambino, capì di aver perso la coscienza, capì di aver perso tutto.

Fu trascinato per quegli squallidi corridori, fino a quando le due guardie non si fermarono.

Davanti ad Andrew c’era qualcosa che non si sarebbe mai aspettato di vedere; c’era un uomo, seduto su un lurido pavimento, con uno scarafaggio nero che gli girava attorno, in parte ad un letto le cui lenzuola giallognole erano un nascondiglio perfetto per i topi di fogna, che in cerca di qualche briciola di cibo, risalivano una piccola apertura situata sul pavimento.

Ma non era il paesaggio che lo aveva colpito, ma quella persona, quella persona che pareva disperata come lui, se non più di lui, quella persona che forse provava i suoi stessi sentimenti, quella persona che come lui vedeva la vita con altri occhi, con gli occhi della disperazione…

P.S:L' "uomo" nella foto è Glen :mellow:

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Gran bell'inizo descrittivo-riflessivo-introspettivo, ma sono curioso di vedere come funzionerà praticamente la storia.

Ps: non prendetevela se la gente non posta, anche la mia storia viene commentata solo da Camenzind e a volte babbo ki legge

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Se non scrivo è perchè voi scrivete molto,e la voglia di leggere tutto mi manca...:smilie_daumenpos:

Però per quello che ho letto è una grande storia,non commento appunto perchè non leggendo tutto non vorrei scrivere cacchiate..:lol:

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Sostanzialmente io faccio questa carriera perchè mi piace scrivere in questo modo di queste cose, poi la faccio insieme a jaco perchè mi piace leggere quello che scrive lui.

I commenti mi fanno sempre piacere, ma se per settimane tutto tace pazienza, io (noi) andiamo avanti con calma, poichè ci siamo "bruciati" già troppe volte partendo a razzo e bloccandoci.

Ora due cap (uno a testa) e si inizia con le presentazioni e poi il tour down under.

Cmq sarà una carriera online a due abbastanza complicata da gestire, dobbiamo modificare un pò di cose con i converter prima di partire.

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Dove sarebbe il problema? :D

Piuttosto avrei qualche domandina da rivolgere agli esperti dei converter e/o dell' online

1)Potendo giocare con l'online solo gare Pro-Tour, come si toglie la maglia di leader della categoria?

2)Se editassi una corsa, gli obiettivi o le magliette, le modifiche sarebbero visibili anche nell' online?

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