Capitolo 1
03/01/2012 Un nuovo inizio
Come ci si può sentire, quando hai 13 anni e tutta una vita davanti, e devi trasferirti per lavoro? Ve lo dico io: non bene. Ma se devi trasferirti per andare a correre in una delle migliori 18 squadre al mondo di ciclismo, allora la nostalgia può anche essere un po' alleviata. La Francia non è così male, mi aveva detto Manuel (Belletti), quando avevo deciso di trasferirmi lì, nella squadra considerata un po' la cenerentola del WT, senza fenomeni, a parte questo Bardet: neoprofessionista come me, forte in montagna, fortissimo in collina. Spero di non dover trovarmici in discussioni. La squadra era stata comunque chiara, dove andavo io non andava Romain. Questo gli aveva provocato forte rabbia, perché lo vedeva escluso dal trittico delle Ardenne a vantaggio mio, non il miglior modo di iniziare un rapporto. Quando scesi dall'aereo, trovai la pattuglia italiana al completo: Belletti, Nocentini, Montaguti. Mi accolsero come un fratello più piccolo, ne avevo bisogno, visto che ero partito da 5 ore e già sentivo la mancanza di casa mia, dei miei affetti, dei luoghi dove mi allenavo, senza troppo agonismo, con i miei amici. Soprattutto, mi mancava il mare: c'era montagna in abbondanza in Savoia, ma il mare era lontano centinaia di chilometri, e per uno abituato alla coesistenza dei due elementi, era un cambiamento molto profondo. Stavo pensando quasi di andarmene, ma in quel momento arrivò Vincent Lavenu ad accogliermi. Mi presentò alla squadra, molto multietnica: c'erano persino un russo e un iraniano, Amir (Zargari), tutto il contrario dello stereotipo della persona di quei luoghi: simpatico, disponibile, fu il primo, a parte gli italiani, con cui instaurai un rapporto. E poi c'era lui, Bardet, che mi guardò da capo a piedi come per dire "e questo sarebbe il tipo che mi ha levato il ruolo di leader?". Mi strinse la mano con freddezza, io ricambiai, ma ero deciso a fargli cambiare idea sul mio conto, che non ero un semplice "tipo", ma IL tipo, che la squadra faceva bene a puntare su di me. Sì, sarebbe stato uno stimolo in più la nostra rivalità.